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Genocidio inglese in Australia.


Per oltre un secolo e fino alla fine degli anni '60, i piccoli meticci, incrocio tra aborigeni e bianchi, sono stati strappati alle loro madri, per ordine del governo, e consegnati a orfanotrofi, missioni o famiglie affidatarie ritenute capaci di farne «dei perfetti piccoli australiani» (1). «Keep Australia white» - «L'Australia ai Bianchi» - è la parola d'ordine di quegli anni, quando, dopo il genocidio perpetrato dai primi coloni o la semi schiavitù praticata nelle riserve, non resta che l'assimilazione forzata fin dalla culla per vincere la resistenza di quei «sub - umani» e far loro dimenticare da dove vengono e chi sono.


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Nel 1937, la Conferenza del Commonwealth sulla situazione degli indigeni si era espressa con molta chiarezza: «Il futuro dei meticci aborigeni consiste nella loro totale assimilazione ...». Nel 1951, ribadiva le sue posizioni: «Il fine ultimo è l'assimilazione. Fino a quando tutti gli aborigeni non vivranno come un qualsiasi australiano bianco».
Polizia e «protettori» erano autorizzati a fare incursioni nelle comunità e portare via tutti i bambini di pelle chiara. Non potendo fare altro, le madri aborigene tingevano il viso dei loro piccoli col carbone, o li mandavano a nascondersi nel bush (2)....
Gli chief protectors, nominati da ogni stato, diventavano i tutori ufficiali dei bambini meticci fino a diciotto anni. Alcuni dei loro rapporti sono eloquenti: «Non ci penso due volte a separare un bambino meticcio da sua madre. Passati i primi momenti di disperazione, queste donne dimenticano rapidamente la loro prole (3)» (ispettore James Idell. 1905). «I bambini vengono protetti dalla nefasta influenza degli accampamenti aborigeni, dove regna l'immoralità e si propagano le malattie infettive (4)» (chief protector Cook. 1911)....
A Darwin, si organizza una processione. Con estrema serietà ognuno dei presenti firma il registro contenente i nomi di tutti i bambini rapiti. Una vecchia aborigena singhiozza. Dal microfono viene chiesto un minuto di silenzio per i morti della generazione rapita. Poi si attende. Tutti gli sguardi sono rivolti verso il sontuoso ingresso del Parlamento. Ma nessun bianco ne uscirà, tutti, deputati o ministri che siano, hanno disertato l'appuntamento. Alla tristezza subentra la collera. «Sono nauseata», esplode Marjorie, una bella donna dallo sguardo ardente, figlia di un afgano e di un'aborigena, strappata alla famiglia e alla comunità di Philip Creek - in pieno bush - insieme ad altri quindici bambini d'età variabile da uno a cinque anni ....
Aveva tre anni, era il 1952 e l'Australia andava fiera della sua giovane democrazia...
«Quando si accorgeranno che siamo esseri umani come loro, e che la peggior sofferenza che si possa infliggere a una madre è quella di toglierle il figlio?» Marjorie ha ritrovato le sue compagne di orfanotrofio.
Hanno organizzato un grande picnic a due passi da Dixon Home, dove hanno vissuto fino all'adolescenza. «Erano tutta la mia famiglia.
Ci avevano detto che le nostre madri ci avevano abbandonate, che i nostri genitori erano poveri e analfabeti, incapaci di prendersi cura di noi... Non sapevamo di essere aborigene, non ci rendevamo neppure conto di non essere bianche, che la nostra pelle era colorata: sono stati dei vicini a dirmelo! Al pensionato, hanno cancellato tutto dalla nostra memoria e quando pensavo alla mia prima infanzia, mi trovavo di colpo di fronte ad un buco nero, mi sentivo svuotata...».
È solo all'inizio degli anni '90 che viene fatta piena luce sul dramma della generazione rapita. Il governo laburista di Paul Keating lancia in quegli anni una grande inchiesta dal titolo inequivocabile, «Bringing Them Home». La ricerca inizia nel 1994 con La Going Home Conference che riunisce a Darwin seicento aborigeni strappati alle loro famiglie.
Nell'aprile 1997, il rapporto è reso pubblico: riconosce che dal 1885 al 1967, dal 30 al 50 % dei piccoli aborigeni - cioè dai 70.000 ai 100.000 bambini - sono stati strappati alle loro madri e affidati alle istituzioni.
Le testimonianze sono schiaccianti e scuotono il paese. Link up, associazione di aborigeni della generazione rapita, che aiuta i suoi membri a ricostruire il proprio albero genealogico, a ritrovare la famiglia e la comunità d'origine, conclude con queste parole: «Ora possiamo tornare a casa nostra, ma non ci è dato rivivere la nostra infanzia. Possiamo ritrovare padri e madri, fratelli e sorelle, zie e zii, il nostro clan, ma non rivivremo mai più i venti, trenta o quarant'anni in cui siamo stati privati del loro amore e delle loro cure; né loro potranno cancellare l'orrore e la disperazione di essere stati separati da noi. Possiamo ritrovare la nostra identità aborigena, ma non si cancelleranno le ferite inflitte al nostro corpo, al nostro cuore e alla nostra anima da chi si è prefisso di eliminarci in quanto popolo».
Tuttavia, nonostante la forza della requisitoria, l'importante per gli aborigeni è che venga loro presentata ufficialmente una richiesta di perdono che riabiliti la storia del loro popolo, ne riconosca l'identità e ne ripristini la dignità. Ma nel 1996, Paul Keating, troppo progressista per il suo paese (caldeggiava la Repubblica e favoriva legami con l'Asia più che con l'Europa) lascia il posto a John Howard e ad un gabinetto molto conservatore, che ha i suoi referenti sociali tra la gente delle campagne, tradizionalisti di ogni tipo e una sonnolenta middle-class.
Cala il silenzio sia sul perdono che sulla creazione di un tribunale speciale incaricato di indennizzare le vittime. Quanto alle somme già stanziate, i due terzi finiscono nelle tasche di burocrati e avvocati bianchi che avviano processi interminabili... e infruttuosi.
L'11 agosto 2000, la Corte federale rifiuta la richiesta di due vittime della generazione rapita. Il giudice non ritiene di dover prendere in considerazione le sessanta testimonianze, i tremila documenti e lo spaventoso trauma dei due querelanti: «Il loro rapimento non contrastava con le leggi allora in vigore».
«Terra di nessuno» Nonostante le reiterate critiche della Commissione dei diritti umani dell'Onu, John Howard - per bocca del suo ministro degli Affari aborigeni - nell'aprile 2000, osa dichiarare: «Non più del 10% dei bambini aborigeni è stato separato con la forza dai genitori - e alcuni per ottime ragioni. Non si tratta dunque di una generazione, ma solo di alcune decine di famiglie da studiare caso per caso». Questa volta la falsificazione della realtà è troppo grossolana e, il 27 maggio, all'indomani del Sorry Day, sul ponte di Sydney viene organizzata una grande marcia. In due ore, una folla di 200.000 persone, neri e bianchi che camminano tenendosi per mano, invade il mitico Harbour Bridge. Lo stupore è generale: nessuno sperava in una tale mobilitazione.
Tuttavia, malgrado gli ultimatum di leader e atleti aborigeni che minacciano di usare i Giochi olimpici per fare valere i propri diritti di fronte al mondo intero, il governo resta impassibile. In realtà, il vero dibattito e le vere poste in gioco sono altrove. Affondano le radici nella storia di questo continente, e nelle zone d'ombra della psiche australiana.
«Per la maggioranza degli australiani, gli aborigeni non sono ancora esseri umani, ma una specie di sotto-razza vicina al regno animale...
Siamo di fronte al razzismo più viscerale e più primitivo del pianeta! Fin dal loro arrivo, i bianchi ci hanno dato la caccia col fucile quasi fossimo conigli. Inoltre, hanno sempre cercato di sradicare la nostra cultura, la nostra lingua, il nostro popolo. Il loro odio è così forte che ancora oggi, ridotti a non più di 300.000, continuiamo ad essere il loro"bersaglio preferito" e la loro spina nel fianco, come se fossimo milioni!» Chi parla con tanta veemenza è Marcia Langton, professore di antropologia all'università di Darwin, e per molto tempo portavoce degli aborigeni presso le Nazioni unite. «Non si può parlare di riconciliazione come in Irlanda, e nemmeno di negoziazione come in Sudafrica. Su 19 milioni di australiani, non più di un milione è interessato alla nostra storia e si pone problemi etici».
La storia recente della colonizzazione condiziona pesantemente i rapporti tra le due comunità. Una storia costellata di massacri, seguiti poi da sconsiderate concentrazioni in riserve, ufficialmente destinate all'integrazione - e nei fatti a un lento genocidio. Eppure nel 1972, con l'arrivo al potere del laburista Gough Whitlam, era nata una speranza. Per rispondere alla richiesta degli aborigeni che reclamavano la restituzione dei territori tribali, Whitlam aveva inaugurato il suo mandato con la consegna simbolica d'una manciata di terra rossa ad uno dei leader aborigeni. Con un discorso lapidario - «Quando rifiutiamo agli aborigeni il loro giusto posto in questa nazione, tutti noi australiani sminuiamo noi stessi» - aveva ufficializzato la restituzione delle terre, ne aveva fatto un movimento irreversibile, aveva restituito agli autoctoni del Territorio del Nord quasi due terzi delle loro terre. Localmente, erano stati organizzati i Land Councils - consigli fondiari aborigeni - con il compito di gestire le rivendicazioni territoriali delle comunità, difendere i loro diritti, trattare con le compagnie minerarie i diritti di sfruttamento e le royalties.
Durante gli anni '80, i governi che si susseguono riconoscono agli aborigeni, in quanto popolo dotato di valori e di una cultura specifica, il diritto fondamentale «di mantenere la propria identità razziale e il proprio modo di vita tradizionale o adottare uno stile di vita totalmente o parzialmente europeo». Ma la vera critica ai fondamenti della nazione australiana verrà dall'Alta corte di giustizia, nel giugno 1992. Questa riscrive letteralmente la storia pronunciando una sentenza clamorosa, il Mabo Act, che restituisce a Eddie Mabo, un isolano del distretto di Torres, il territorio dei suoi antenati.
È la prima volta che viene riconosciuto il «Native title» - il diritto tribale di proprietà. Per vincere il suo processo, Mabo aveva dovuto provare che le terre da lui rivendicate erano state abitate da sempre dai suoi antenati.
Questa sentenza, confermata da una legge federale ed estesa a tutto il paese (la cosa riguarda solo il 10% degli aborigeni, ma interessa migliaia di chilometri quadrati di terre), annulla molto semplicemente due secoli di giurisprudenza britannica e di convinzioni ben radicate nell'inconscio australiano. Infatti, fino al 1992, la dottrina ufficiale dell'Australia era quella della «Terra Nullius», «Terra di nessuno».
In termini più espliciti, non essendo gli aborigeni esseri umani, i nuovi coloni si erano appropriati delle terre come fossero stati i primi ad aver messo piede su un continente... vergine! Tuttavia, nonostante i progressi degli ultimi vent'anni, le cifre parlano chiaro. La speranza di vita di un aborigeno è di venti anni inferiore a quella di un bianco, la mortalità infantile quattro volte superiore, il tasso di disoccupazione tre volte più alto, il reddito medio inferiore della metà, il tasso di incarcerazione e di suicidio cinque volte superiore... Senza contare il lento suicidio di tutto un popolo con l'alcool e della sua gioventù con il petrol sniffing (vapori di benzina). È come se, a dispetto di tutte le misure adottate, l'integrazione nella società bianca continui ad essere impossibile.
«Sono due culture, due civiltà troppo diverse, con valori quasi agli antipodi, che hanno avuto appena due secoli per scoprirsi. Alcune tribù aborigene di Arnhem Land o del Central Desert come i Pintubi, hanno incontrato il loro primo uomo bianco solo cinquant'anni fa.
In un solo istante sono passati dalla preistoria e dallo stato di cacciatori-raccoglitori, al ventesimo secolo con le sue Toyota e i supermercati. Una situazione che ha la violenza di una deflagrazione nucleare», spiega l'avvocatessa degli aborigeni, Koula Roussos, di origine greco - australiana, specializzata nella generazione rapita.
«Quando viaggio nelle loro comunità e li vedo vivere all'aperto ignorando le case costruite per loro, mentre il grande sogno dell'australiano bianco è di comprarsi una villetta con giardino, mi dico che esiste un divario incolmabile. Io stessa, come avvocato, ho molte difficoltà a far loro capire le nostre leggi, perché, anche se la maggior parte degli aborigeni non vive più secondo la legge tribale del"Tempo del sogno" (5), è ancora impregnata di quei valori, di una diversa nozione di giustizia».
Ed è proprio questa diversità, sempre presente sullo sfondo, che emerge ad ogni livello di negoziato, come se si riproducesse, all'infinito, il dialogo tra sordi tra un mondo bianco competitivo e materialista, teso verso il progresso, il controllo, la conquista, e un mondo nero più spirituale, dove l'uomo, legato a tutto ciò che vive, ha il compito di celebrare la Terra e gli eroi del «Tempo del sogno» che l'hanno forgiata, compiendo tutti i riti che permettono alla vita di rigenerarsi e di perpetuarsi.
«Su cosa poggia la nostra identità? - si domanda Wayne Barker, cineasta e musicista di Broome, una località dell'Australia Occidentale - Un aborigeno riceve in eredità una civiltà di quarantamila anni, ma può farla crescere, crescendo lui stesso. Prima, si perpetuava la nostra cultura attraverso la trasmissione orale, oggi utilizziamo radio, televisione e film. Anche le iniziazioni sono state adattate alla vita urbana. Non durano più mesi interi e tengono conto dei ritmi del lavoro moderno. Ma finché dovremo passare attraverso la legge dei bianchi e giustificarci davanti a loro, la cosa non funzionerà.
Come si possono rispettare miti creatori, racconti e riti spirituali, l'appartenenza sacra ad una terra e la nostra"aborigenità", a colpi di analisi del sangue, firme, leggi sulla proprietà e confini di filo spinato che dividono e separano?»

di Michèle Decoust LeMondeDiplomatique
Autore di Australie, les pistes du rêve, Jean-Claude Lattès, Parigi, marzo 2000.

(1) Sul tema dei bambini sottratti alle famiglie gitane, leggere Laurence Jourdan «Caccia agli zingari in Svizzera» Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 1999.
(2) La savana australiana è, per estensione, tutto ciò che non è urbanizzato... dunque il 90% dell'Australia.
(3) Estratto del rapporto del governo australiano «Bringing Them Home», Canberra, 1997.
(4) Ibid.
(5) Per gli aborigeni, la Terra conserva l'impronta degli eroi del «Tempo del sogno» (Dreamtime), che l'hanno modellata camminando e hanno generato tutte le creature viventi. Questi eroi continuano ad agire sulle forze dell'universo (la fertilità della natura, la fecondità delle donne, la pioggia, i venti), e a guidare gli uomini durante il sonno.
(Traduzione di G.P.)

Fonte: http://fenjus.spaces.live.com/blog/cns!5C5EF726EF39FD6B!2921.entry






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LA GENERAZIONE RUBATA: TEORIE EUGENETICHE E POLITICHE RAZZIALI IN AUSTRALIA (1905-1970)

Abstract I: sembra incredibile che un luogo come l’Australia, terra di immigrazione per eccellenza, abbia riservato decenni di soprusi a un popolo pacifico come quello aborigeno. A partire dall’inizio del secolo scorso, il governo ne aveva programmato l’estinzione nei minimi dettagli. I nati da unioni miste sarebbero andati a costituire una nuova classe servile, in virtù del loro sangue in parte bianco, che li rendeva “privilegiati”. Il film Rabbit Proof Fence è il racconto biografico di chi ha tentato – con successo - di sfuggire ad una “progresso” che mirava a cancellare la presenza aborigena dal Nuovissimo Continente. Il tutto in nome dell’eugenetica, che evoca spettri tristemente noti in varie epoche e in altre parti del mondo. Le conseguenze di tale politica sono a tutt’oggi ben visibili ai margini delle città, invase da nativi privati di identità e tradizioni e ormai dediti all’alcool. È anche per questo che la vicenda di tre ragazzine capaci di sfidare e vincere il sistema razzista merita di essere analizzata: essa incarna la speranza di poter riassaporare le tanto amate origini e la vittoria – possibile - contro un ottuso e insensibile sistema burocratico.

Le “generazioni rubate” sono una ferita ancora aperta e dolorosa per la società australiana: alcoolismo e disoccupazione cronica tra gli aborigeni emarginati dalle città sono gli effetti più eclatanti di quasi un secolo di politica razzista. Ciò che sconvolge è che lavoro coatto e precetti evangelici siano stati imposti “per il loro bene” nelle missioni cristiane, efficace strumento per l’attuazione della race-based policy governativa. La distorsione delle teorie evoluzioniste di Darwin e degli studi di Linneo giustificavano da un lato l’addestramento in massa di domestiche e braccianti meticci, ritenuti più intelligenti dei neri grazie ai geni bianchi in loro possesso; dall’altro, programmavano una rapida estinzione dei blackfella. Se il popolo aborigeno era un problema per la supposta incapacità di tenere il passo con la civiltà europea, i nati da unioni miste – o frequenti violenze di uomini europei su donne aborigene - rappresentavano un fenomeno su vasta scala, da ricondurre quindi sotto controllo.
Il film Rabbit Proof Fence e il romanzo omonimo dal quale è tratto raccontano la storia vera delle sorelle meticce Molly, Gracie e Daisy, fuggite dalla famigerata missione di Moore River (Western Australia) nel 1931. Le tre tennero in scacco i Protectors of Aborigines per nove settimane e per un totale complessivo di 1500 miglia nell’impervio outback australiano, fino a raggiungere il villaggio natio. L’immensa quanto inutile recinzione anticonigli risalente ai primi del '900 (il Rabbit Proof Fence appunto) fu il riferimento essenziale senza cui le protagoniste non avrebbero compiuto la fuga. Il Fence diviene infine simbolo e strumento di liberazione dalla stessa ottusa macchina burocratica che l’aveva posto su una terra priva di qualsiasi delimitazione per oltre 40mila anni. Purtroppo in pochi hanno seguito Molly e sorelle nella ribellione al regime oppressivo: chi “non ce l’ha fatta”ancora oggi soccombe davanti ad emarginazione e perdita d’identità.
La politica razzista adottata dai primi anni del Novecento dai governi bianchi d’Australia seguì oltre un secolo di soprusi perpetrati ai danni dei nativi. Dal punto di vista degli europei, gli Aborigeni non potevano vantare diritti sulla terra poiché sprovvisti di documenti scritti che comprovanti la proprietà. Di conseguenza, l’Australia venne classificata come terra nullius e rivendicata alla corona britannica. Il concetto occidentale di possesso era sconosciuto agli Aborigeni, i quali ritenevano di appartenere al continente australiano sin dagli albori dell’umanità; perciò non aveva senso rivendicarne la “proprietà” esclusiva. Essi avevano da sempre vissuto in pace muovendosi a piacimento nel bush senza curarsi del suo possesso. Una tale situazione non poteva essere accettata dai colonizzatori e gli Aborigeni furono vittime di un ottuso sistema burocratico noncurante di antichissime regole solo perché non scritte. Essi non potevano più vagare liberamente nell’outback a causa di confini e recinzioni approntate dai nuovi arrivati. Ben presto essi avrebbero necessitato di permessi scritti delle autorità per i loro tradizionali spostamenti. Cercare di procacciarsi il cibo uccidendo il bestiame di proprietà dei bianchi li poneva in serio pericolo.
Erano innumerevoli i conflitti tra i “nativi” spossessati delle loro terre e del cibo e i prepotenti nuovi arrivati, che culminavano in scontri di inaudita violenza. Inutile dire che l’inferiorità tecnica e bellica molto spesso condannavano gli aborigeni ad essere uccisi o sottomessi. Allo stesso modo, le donne erano obbligate a fare da serve e regolarmente stuprate dai ricchi possidenti europei che con loro “si divertivano”. Il fenomeno delle nascite frutto di unioni miste ben presto divenne incontrollabile e le autorità federali dovettero porvi rimedio. C’erano ora centinaia di bambini meticci rifiutati dai neri e asservibili dai bianchi. Per questo motivo, sin dal 1905 il governo australiano decise di controllare e tenere costantemente monitorato il numero di nuovi nati meticci, che nelle intenzioni andavano prelevati al fine di dar loro un’istruzione. Questa era tuttavia una scusa per rinchiuderli nelle missioni e nei Native Settlements (come quello di Moore River) dove sarebbero stati formati come domestiche e lavoratori di fatica. Solo i più fortunati avrebbero potuto essere adottati qualora il loro incarnato fosse ritenuto abbastanza chiaro. Le tre protagoniste di Rabbit Proof Fence non ebbero tale privilegio. Esse avevano tratti somatici troppo tipicamente aborigeni, perciò non avevano possibilità di essere adottate. In compenso detenevano un primato, essendo le prime nate meticce nella comunità di Jigalong.. Noncuranti di tutto ciò, esse volevano solo far ritorno al villaggio natio tra i loro cari. Nonostante la nostalgia di casa, I loro primi anni a Jigalong non erano stati piacevoli, poiché esse erano guardate con sospetto dai neri per essere muda muda (meticce) e dai bianchi per la loro presunta inferiorità. In un simile contesto, la fuga doveva essere l’unica soluzione ragionevole per Molly. Era lei la leader, non solo in quanto maggiore, ma anche grazie alla sua indiscussa autorità e al suo carisma. Le erano state insegnate dagli anziani della tribù le più sofisticate tecniche di sopravvivenza e inoltre ella sentiva la mancanza del suo ambiente naturale. Non poteva essere altrimenti, essendo stata imprigionata nella colonia per meticci istituita da una legge incomprensibile. Ella voleva essere la sola padrona del proprio destino. Il risultato di tale desiderio sarà una fuga di epiche dimensioni durante la quale ella si prenderà gioco degli inseguitori mettendoli addirittura in pericolo. Purtroppo, Gracie viene catturata appena oltre la metà del percorso e rispedita a Moore River. Non rivedrà mai più Daisy e Molly. La sua rinuncia è il risultato di stanchezza e sconforto più che delle profonde piaghe infettate sulle gambe. Ma ciò che fa più male è la consapevolezza di non riuscire a portare a termine la fuga. Allo stesso tempo, le ragazze sono affrante dalla difficile decisione presa dalla sorella.
Alla fine esse raggiungeranno l’ambita meta, in barba alla gigantesca organizzazione messa in piedi per effettuarne la cattura. Dietro l’ipocrita preoccupazione per la loro incolumità – associata alla supposta incapacità di cavarsela nell’outback, luogo dove avevano sempre vissuto prima – il vero intento del Protettore Capo degli Aborigeni, lo spietato A.O.Neville, era quello di conservare intatto il prestigio del dipartimento, che iniziava ad incrinarsi a causa della vicenda.
Queste ragazzine meticce erano considerate alla stregua di animali a causa della loro discendenza in parte aborigena. Opponendosi alla presunzione del governo, esse ebbero ragione di un sistema così razionale da risultare disumano, basato sulla cieca convinzione della propria infallibilità. L’apparato nel suo complesso rivelò invece la propria ottusità, simile a quella delle persone che l’avevano realizzato, mostrando invece l’importanza dei sentimenti e del senso di appartenenza. Razzismo e ottusa burocrazia sconfitti dall’infantile anelito alla libertà.
La supponenza europea si è trovata a fare i conti col legame parentale degli Aborigeni alla terra. Esso non permette di rinchiudere cose o persone entro recinti: usa anzi i recinti come mero riferimento per tornare a casa. E infine ci riesce.

di Mariano Simonato
(Università degli Studi di Udine)

MARIANO SIMONATO si è laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Udine nel 2004 con una tesi intitolata Teorie eugenetiche e politiche razziali nell’Australia del XX secolo: Indagine biografica, storico-politica e sociale sulle “stolen generations”, grazie alla quale ha potuto approfondire numerosi aspetti della plurimillenaria cultura aborigena oltre alla legislazione in materia di diritti aborigeni. Si è infine soffermato sulla lotta delle associazioni di nativi impegnate nella lotta per i più elementari diritti civili, la cui concessione, solo pochi anni addietro, pareva un miraggio.

Fonte: http://all.uniud.it/all/simp/num2/articoli/art6.html






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ll capitano James Cook approdò per la prima volta in Australia nel 1770, a Botany Bay (Sidney). Risalì in nave la costa Est del continente e sbarcò là dove ora sorge Cooktown, dove incontrò gli Aborigeni. Per accattivarsene la simpatia offrì loro vari oggetti. Ma essi non vi diedero alcun valore.

In quell’occasione scrisse sul suo giornale di bordo:

"Sembrano essere in realtà di gran lunga più felice di noi europei; essendo totalmente estranei non solo al superfluo ma anche alle necessarie convenienze tanto ricercate in Europa, sono contenti nel non conoscerne l’uso. Essi vivono in tranquillità la quale non è disturbata da l’iniquità di condizioni: la terra e il mare forniscono loro spontaneamente tutto il necessario per vivere, non desiderano bellissime case, accessori per la casa eccetera, essi vivono in un buon clima caldo e godono di un’aria molto sana, così che non hanno bisogno di abiti… insomma non sembrano dare alcun valore a ciò che abbiamo dato loro…"

E poi scrisse: "Sembrava solo che volessero che ce andassimo"

Era insomma chiaro che l’Australia era abitata. Ma nonostante gli fosse stato ordinato dalla Corona Britannica di prenderne possesso "solo se fosse stata disabitata", il capitano Cook, una volta giunto a Possession Island, salì sulla collina più alta e prese possesso di tutto il territorio circostante in nome della Corona, piantandovi l’Union Jack, la bandiera Britannica. Fece poi ritorno in patria.

In quel tempo gli Stati Uniti, che fungevano da colonia penale per l’Inghilterra, avevano appena ottenuto l’indipendenza. Siccome i detenuti Britannici non potevano più essere inviati in America le carceri inglesi erano stracolme. In Inghilterra a quei tempi c’era tanto spazio per costruire nuove carceri, ma si ritenne opportuno stabilire una nuova colonia penale in Australia: in questo modo la Corona Britannica avrebbe giustificato la spesa pubblica necessaria a sostenere l'esplorazione della Terra Australis Incognita. Ma in realtà questa esplorazione aveva come scopo la ricerca di nuovi beni e terre da sfruttare.

Ma, nonstante fosse chiaro che l'Australia era abitata, la Corona Britannica dichiarò che era "terra nullius", ovvero terra di nessuno, ovvero disabitata, ed iniziò il processo di colonizzazione.

I primi colonizzatori dell’Australia furono dei galeotti della peggior specie, ai quali fu concesso di vivere in cambio della loro disponibilità a fare da pionieri nella Terra Australis Incognita. La maggior parte di essi erano dei criminali ignoranti e rozzi, adusi alle cattive maniere, e trattarono gli Aborigeni di conseguenza. Siccome si voleva liberare la terra per prenderne possesso, gli Aborigeni furono trucidati barbaramente o vennero sfruttati come manodopera a nessun costo, ovvero come schiavi. Ma non tutti i galeotti stavano dalla parte dei coloni. Alcuni fuggiaschi cercarono rifugio presso gli Aborigeni, i quali li accolsero ed educarono alle loro tradizioni, facendone dei preziosi alleati.

Molti dei coloni che seguirono, pur non essendo dei galeotti, sterminarono senza remore gli Aborigeni. Era questa la politica di governo, ed era tanto crudele da suscitare opposizione persino fra i bianchi. E così, mentre alcuni di essi chiamavano la polizia "il barbaro corpo di sterminio", le autorità coprivano i loro orribili crimini dicendo che "non stava avvenendo nulla di illegale".

Il seguente racconto del Queensland risale al 1885: "Ai negri veniva dato qualcosa davvero sensazionale per tenerli quieti… le razioni contenevano una tale quantità di stricnina che nessuno di loro scappò… più di cento neri furono uccisi da questo stratagemma del padrone di Long Lagoon." Long Lagoon era ovviamente territorio aborigeno, prima di essere loro rubato dai bianchi, e gli Aborigeni, non sapendo dove andare pensavano di poter continuare a vivervi.

La crudeltà degli invasori fu a dir poco raccapricciante. Gli uomini venivano torturati e castrati per vedere se obbedivano meglio. E nonostante li considerassero dei "negracci", i coloni violentarono donne e bambine, attaccando loro ogni sorta di malattie veneree, fra le quali la terribile sifilide: fra i coloni c'era che creadeva di potersene liberare passandola a ragazzine al di sotto dei nove anni. Ed ogni abuso veniva giustificato con la scusa che siccome gli Aborigeni erano, in base la teoria evolutiva di Darwin, l’anello di congiunzione fra l’uomo e le scimmie, erano una razza inferiore comunque destinata all’estinzione.

Nel suo libro “L’origine delle specie” Darwin sancisce la sua teoria evolutiva, che prevede la sopravvivenza del più forte. E specifica che "esistono razze favorite", destinate a sopravvivere e "razze inferiori" destinate a soccombere.

Teoria che si applicava anche agli umani, presso i quali la "razza favorita" per eccellenza era ovviamente la sua, i bianchi europei, che venivano subito dopo Dio. Seguivano poi Asiatici, Africani ed infine gli Indigeni i quali, secondo lui, erano più vicini alle scimmie. Come per le altre razze che egli vedeva "inferiori" sosteneva che era essenziale prevenire che gli Indigeni si moltiplicassero, perché dovevano scomparire.

I Darwinisti che vennero dopo Darwin si diedero un gran da fare per dimostrare che le sue teorie razziste erano giuste, addirittura inventando prove di nessun valore. Pensavano che una volta che le avessero giustificate avrebbero provato scientificamente la loro superiorità ed il loro "diritto" di opprimere, colonizzare e sterminare altre razze. Sta di fatto che fecero della teoria di Darwin sulla sopravvivenza del più forte l’anticamera del nazismo.

Nel 1876 L’evoluzionista sociale H. K. Rusden spiegò che: "La sopravvivenza del più forte significa che forse è giusto. E dunque noi invochiamo e compiamo senza rimorso la legge inesorabile della selezione naturale quando sterminiamo le razze inferiori Australiane e Maori… e ci appropriamo del loro patrimonio tranquillamente."

Nel 1890, James Barnard, il vicepresidente della Royal Society of Tasmania scrisse: "Il processo di sterminio è un assioma della legge ed evoluzione della sopravvivenza del più forte". Dunque, concluse, "non c’è nessuna colpa" nell’assassinio e nell’impadronirsi delle terre degli Aborigeni Australiani.

Rober Lawlor, nel suo libro "Voices of the First Day", riporta che: "nelle prime decadi del 1900 la maggior parte degli Aborigeni seppelliti nel cimitero storico erano stati esumati perché i ladri di tombe potevano guadagnare bene per le parti dello scheletro degli Aborigeni vendendole ai musei o ai mercati delle curiosità, i quali ricavavano posacenere o altri oggetti dalle ossa di questi antichi "uomini delle caverne". Divenne moda fra alcuni Australiani l’avere borse per il tabacco ricavate dallo scroto degli Aborigeni morti. Questo avrebbe dovuto essere considerato un comportamento scioccante per i buoni colonialisti cristiani, ma tali atrocità furono giustificate dagli studiosi della British Royal Academy of Science i quali, usando concetti Darwiniani, descrissero gli Aborigeni come "bizzarri avanzi di una sorpassata fase dell’evoluzione, come candidati per l’anello mancante fra le scimmie e gli umani."

Sta di fatto che, a seguito della teoria evolutiva, l’Australia fu il terreno di prova del programma nazista, e la mancanza di proteste da parte della comunità internazionale contro queste atrocità e contro le teorie che le sostenevano aprì la via allo sterminio di milioni di persone in Europa.

La seconda guerra mondiale fu comunque una grande lezione per l’umanità. Quando terminò nessuno voleva che i fatti occorsi si ripetessero, e ne conseguì la Dichiarazione dei Diritti Umani dell’ONU, sottoscritta anche dall’Australia. E così fu posto un termine allo sterminio di Aborigeni, ma i maltrattamenti e le ingiustizie continuarono a lungo perché, nonostante questa dichiarazione sancisca parità fra tutti gli esseri umani, la mentalità della gente non poteva cambiare immediatamente.

Gli Aborigeni furono reclutati come milizie sia per la prima che per la seconda guerra mondiale, e non di rado li si mandò a morire in prima linea. Ma non avevano i diritti di tutti gli altri cittadini Australiani.

Fu solo nel 1967 che, grazie ad un referendum voluto dal popolo Australiano, fu loro concessa cittadinanza australiana. Ed allora non furono più considerati, come aveva voluto fino a quel tempo la legge australiana, "parte della flora e della fauna" - cioè animali, ma acquisirono i diritti di ogni altro cittadino Australiano.

Ma nonostante l'acquisizione di questi diritti la politica di assimilazione del governo federale, che prevedeva che i bambini Aborigeni venissero forzatamente sottratti alle loro famiglie per essere educati dai bianchi in istituzioni religiose o orfanotrofi, continuò fino alla fine degli anni '70, mentre solo nel 1992 fu riconosciuto loro il diritto ad avere indietro la loro terra tramite l'acquisizione del Native Title.

Ma facciamo un passo indietro. Molto tempo prima della dichiarazione dei diritti umani dell’ONU, un articolo apparso sul Cooktown Courier riportava a proposito della resistenza degli Aborigeni all’invasore:

"La battaglia è stata ostinata e fiera. Nonostante un inusualmente largo e costoso corpo di polizia sia stato impiegato per anni per sterminare gli aborigeni, e solo pochi bianchi abbiano perso l’opportunità di sparare a tutti quelli che incontravano, la forza delle tribù non è stata spezzata. Il loro numero è stato senza dubbio grandemente assottigliato ma non stati spaventati… di conseguenza le prospettive per la ricerca mineraria possono essere portate avanti solo da elementi ben armati ed equipaggiati. Gli accampamenti evidenti devono essere rimandati fino a che il lavoro di sterminio non verrà terminato – e attualmente non si sa quando avverrà – o fino a che verranno adottati metodi di relazione più umani e razionali con i neri".

Ed infatti vennero introdotti metodi di relazione più razionali con i neri – ma non di tanto più umani: le Missioni. Queste vennero costruite per salvare gli Indigeni dal massacro, quando sarebbe invece bastato che il governo punisse i responsabili dei massacri, invece di incentivarli. Ma in realtà le autorità volevano solo togliere gli Indigeni di mezzo per appropriarsi tranquillamente della loro terra, e speravano anche che i missionari fossero di aiuto educando i nativi alle maniere dei bianchi.

E così i missionari si comportarono spesso da tiranni, imponendo il cristianesimo e vietando ai nativi di parlare la loro lingua per paura che potessero tramandare le loro tradizioni. E vietarono agli Aborigeni adulti di parlare ai loro figli, di abbracciarli, confortarli, perché volevano educare i bambini al loro credo cristiano. I matrimoni venivano loro imposti senza alcun riguardo per i sentimenti, le famiglie tribali venivano volutamente separate per evitare che i membri si coalizzassero. Per mantenere la disciplina i neri venivano fustigati.

La politica di assimilazione prevedeva la trasformazione della razza nera in bianca nel giro di due o tre generazioni. Per far ciò le giovani donne che venivano inviate presso famiglie bianche come serve venivano spesso rimandate indietro incinte di un uomo bianco, ovvero del loro padrone o di un suo dipendente. In sostanza, venivano violentate "per legge", ovvero per dar vita ad Aborigeni sempre più chiari di carnagione.

Altre donne vennero invece sterilizzate, per impedire loro di dar vita ad una progenie indigena.

Per chi si ribellava c’erano severissime Missioni-carcere, come quella di Palm Island, nel Queensland. Queste Missioni, pur essendo considerate Cristiane, non erano rette da Missionari, ma da carcerieri violenti ed alcolizzati, che non esitavano ad uccidere e torturare. Quando l’alimentazione era scarsa – perché i carcerieri si vendevano il cibo - agli Aborigeni che vi erano rinchiusi veniva vietato di procacciarsene: dovevano comportarsi come dei bianchi, ma non veniva loro concesso nessuno dei diritti che avevano i bianchi.

Nonostante gli Aborigeni attraversassero tempi molto difficili alcuni si abituarono alla nuova religione, che in fondo non era tanto diversa dal loro credo, anche se i missionari non lo sapevano. Nel 1966 Wadjularbinna Domagee, un leader Gunagalidda del Golfo di Carpentaria disse a questo proposito:

"La cosa triste in tutta la faccenda è che i missionari non realizzavano che noi avevamo già qualcosa che aveva a che fare con ciò che ci avevano portato. Vedevano il diverso come inferiore, e non ci chiesero che cos’era che avevamo. E questo è molto triste, perché se ce lo avessero chiesto… oggi le cose sarebbero molto diverse. La nostra gente, prima che l’uomo bianco arrivasse, erano persone molto spirituali. Erano connesse alla terra e alla creazione tramite il grande spirito, c’era un grande spirito buono ed un grande spirito cattivo… E Satana era il grande cattivo. Così non c’era poi una grande differenza fra ciò che i missionari ci avevano portato e quello che avevamo già"…

Ma non tutti i missionari erano agenti della politica razziale di governo. Alcuni rispettavano le vie degli Aborigeni ed il loro stile di vita e comprendevano l’importanza delle loro cerimonie e pratiche culturali. Questo ha permesso ad alcuni gruppi tribali di mantenere intatta la loro cultura, elemento oggi indispensabile per la richiesta di restituzione del territorio (Land Claim).

Quando l’imprigionamento degli Aborigeni nelle Missioni finì (1962-63) e le Missioni vennero chiuse, essi si trovarono in balia della società dei bianchi, nella quale ricoprivano il miserabile ruolo di emarginati. Non sapevano dove andare, come vivere, vivevano nella miseria, e come se non bastasse le gente li disprezzava sia perché erano dei poveretti, sia perchè essendo stati educati dai coloni, che erano gente rozza, ignorante e talvolta degli alcolizzati, alcuni ne avevano acquisito le cattive maniere.

La politica di assimilazione che era stata introdotta nel 1910 nel tentativo di assimilare la popolazione Aborigena nel corso di una o due generazioni venne allora continuata fino alla fine degli anni '70. Fino al 1967 gli Aborigani non ebbero alcun diritto di cittadinanza e non vennero contati nei censimenti della popolazione Australiana.

Ancora oggi la comunità Aborigena paga le conseguenze della colonizzazzione e della mentalità colonialista del passato. Ma diversamente dal passato molti cittadini Australiani si schierano dalla parte dei neri e si cerca insieme una via per giungere alla riconciliazione.

Fonte: http://www.waawi.com/COLONIZZAZIONE.htm




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